a cura dell’Ufficio Studi di MoneyFarm

30-40 miliardi dollari di finanziamenti l’anno. Questo l’ammontare degli investimenti che potrebbero attrarre le startup del settore Fintech secondo una dichiarazione di Davide Serra, AD di Algebris Investments, in occasione del Fintech Stage 2016, la due giorni che mette in contatto i protagonisti della finanza tradizionale con quelli del Fintech, ovvero i servizi di pagamento online o via mobile, le piattaforme per i prestiti tra privati (p2p lending), i robo-advisore le valute virtuali come i bitcoin.

Il settore è in rapida crescita e potrebbe, potenzialmente, rivoluzionare il mondo dei servizi finanziari. Secondo il Global Fintech Report 2016 di PwC, infatti, ben l’83% delle imprese dell’industria dei servizi finanziari tradizionali teme che parte del business possa finire in mano alle nuove imprese tecnologiche, a partire dalle banche e le società di trasferimento di denaro.

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Nonostante ciò, secondo la ricerca il 25% delle aziende del settore finanziario non si relaziona in alcun modo con le nuove realtà del Fintech, forse sottovalutando le opportunità di eventuali collaborazioni. Gli istituti finanziari tradizionali, infatti, potrebbero beneficiare dello sviluppo del Fintech, in termini di persone, idee e conseguente scalabilità verso una platea globale, oltre a colmare le lacune critiche nel loro portafoglio, raggiungere i segmenti di pubblico meno serviti, e fornire al cliente un’esperienza migliore, a costi ridotti.

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Perché la finanza va rivoluzionata?

Il commentatore economico di punta del Financial Times, Martin Wolf, sostiene che: “L’industria dell’ICT ha rivoluzionato i settori dell’entertainment, dei media e del commercio al dettaglio e, più recentemente, anche quello degli alberghi e dei taxi. Sarà lo stesso per la finanza? La mia prima risposta è: per favore. La seconda è: certo.

“Le banche – continua Wolf – sono inefficienti, costose, piene di conflitti di interesse, soggette a comportamenti non etici e, ultimo ma non per importanza, sono in grado di generare crisi enormi” (Martin Wolf, “Good news – fintech could disrupt finance”, Financial Times, 8 marzo 2016).

Inoltre, i ricavi da pagamenti delle banche sono alti e con un trend crescente, come ha notato Andrew Haldane (Bank of England). In un recente discorso sulle possibilità di una rivoluzione finanziaria, Haldane ha osservato che il costo unitario dell’intermediazione finanziaria negli Stati Uniti, appare invariato da oltre un secolo. Inoltre, a livello mondiale, gli istituti di credito ricavano l’astronomica cifra di 1.700 miliardi di dollari, il 40 per cento del totale dei ricavi, dalla gestione dei pagamenti: questo è un chiaro segnale di un’estrazione di rendite a danno del cliente finale.

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La rivoluzione del Fintech è già ben avviata in Gran Bretagna, che secondo un rapporto di EY, commissionato dal Tesoro inglese, è la capitale globale del Fintech – almeno fino a prima degli stravolgimenti causati da Brexit.

Fintech made in Britain: superare il ritardo legislativo

Uno dei problemi maggiori e più comuni alle aziende del settore è il supporto legislativo spesso inadeguato, cui si aggiunge un aggravio di regolamentazione per il settore finanziario, a seguito della Grande Recessione del 2008. Proprio su questo è intervenuta la FCA, la Consob britannica, attraverso il Project Innovate, che prevede un sostegno alle imprese del Fintech in termini di team dedicato e contatti.

Un approccio vincente, in quanto, come spiega Christopher Woolard, Director of Strategy & Competition presso la FCA, delle 448 imprese che hanno fatto domanda di adesione al Project Innovate, il 51% ha ottenuto il supporto richiesto ed è entrato a far parte dell’Innovation Hub.

Tra queste, anche MoneyFarm, che nel febbraio 2016 ha aperto una terza a Londra (dopo Cagliari e Milano). Paolo Galvani, presidente e cofondatore di MoneyFarm, spiega così questa decisione: “Abbiamo sempre pensato che la Gran Bretagna potesse essere il nostro secondo mercato dopo l’Italia. Londra è la capitale del Fintech in Europa e i clienti inglesi vorrebbero avere la digital experience che hanno già in altri settori anche in quello finanziario: questa per noi è una grande opportunità. Ci piacerebbe diventare il maggior digital wealth manager europeo e, in questo senso, gli UK sono un importante trampolino. Anche per questo lavoriamo a stretto contatto con la FCA all’interno del Project Innovation e siamo parte dell’Innovation Hub. Ci hanno dato un grande supporto e la loro Financial Advice Market Review è molto promettente per i digital wealth manager e in generale per la consulenza finanziaria.”

 

Il Fintech in Italia

Anche in Italia, sebbene il supporto legislativo non sia lo stesso, non mancano le iniziative imprenditoriali in questo senso. Su 115 startup del settore, quelle che hanno avuto più successo, oltre a MoneyFarm, sono il robo-advisor Yellow Advice di CheBanca! e quello nato dalla partnership tra AdviseOnly e Fundstore, oltre a società di p2p lending quali Borsa del Credito, Prestiamoci e Smartika e servizi di mobile payment come Satispay senza dimenticare il caso Sardex.

Insomma, la rivoluzione FinTech è appena iniziata ed è considerata un’opportunità da non perdere, come ha dichiarato anche il vicedirettore generale di Bankitalia, Valeria Sannucci: “Le imprese FinTech rappresentano un forte stimolo per l’industria bancaria a innovare, ricercare nuovi canali distributivi, utilizzare appieno il patrimonio informativo potenzialmente disponibile. […] Vi sono ovviamente rischi, che non vanno sottovalutati: debbono essere assicurati la protezione dei consumatori e il rispetto delle norme antiriciclaggio; va tenuto sotto attenta osservazione il crescente coinvolgimento in questo mercato dei fondi speculativi. Ma non vi è dubbio che, se opportunamente controllata, la crescita delle imprese FinTech ha il potenziale per portare a una maggiore efficienza del sistema finanziario, a un miglioramento di servizi e prodotti e a una riduzione dei prezzi, a beneficio dei consumatori”.