a cura di Marco Bellezza
Avvocato specializzato in nuove tecnologie e FinTech – Studio legale Portolano Cavallo

 

Marco Bellezza, studio legale Portolano Cavallo

Il Fintech che vede Londra come hub europeo di riferimento sarà certamente a vario titolo interessato agli effetti del recesso del Regno Unito dall’Unione europea.

Nella comunità fintech in queste ore si sentono voci discordanti sugli effetti che il Brexit produrrà sull’ecosistema londinese.  C’è chi pensa che la decisione adottata dai cittadini inglesi indurrà le società operanti a Londra a spostarsi in altri Paesi europei, mentre altri ritengono che la Brexit possa rappresentare una straordinaria occasione per un ulteriore consolidamento del panorama Fintech nel Regno Unito.

Nella ridda di opinioni che si rincorrono in queste ore una cosa è certa: la Brexit oltre a profonde implicazioni sul piano politico ed economico finanziario proporrà nei prossimi anni interessanti questioni giuridiche sui rapporti tra Regno Unito e Paesi membri dell’Unione europea anche nel settore Fintech.

Il settore, infatti, è retto su un piano normativo da una serie di norme che hanno la propria origine in atti legislativi dell’Unione europea: dalla disciplina dei sistemi di pagamento, al commercio elettronico e la responsabilità delle piattaforme, alla tutela della proprietà intellettuale e industriale per arrivare alla tutela dei dati personali.

Cosa succederà dunque alle norme nazionali britanniche che ora sono armonizzate (e quindi tendenzialmente simili) a quelle vigenti in tutti i Paesi europei?

È questo uno dei nodi da sciogliere nell’ambito dei negoziati per il recesso dall’Unione europea che saranno avviati a breve e che, come noto, dureranno due anni.

Infatti, il Regno Unito potrebbe decidere di mantenere la disciplina interna vigente in questi ambiti andando a replicare la disciplina in vigore nei Paesi membri dell’Unione.  In questo modo, in maniera opportunistica, si manterrebbero i vantaggi derivanti dall’appartenenza all’Unione europea e le aziende operanti dal Regno Unito sarebbero nelle condizioni di assicurare ai propri clienti i medesimi livelli di protezione garantiti dalla normativa UE.  Tale opzione spianerebbe la strada per accordi ad hoc tra Regno Unito ed Europa per regolare l’attività delle imprese al di qua e al di là della Manica.

Ma il Regno Unito, nell’ambito dei negoziati, potrebbe optare per una scelta più marcatamente isolazionista e a quel punto si proporrebbero interessanti questioni di coordinamento tra le discipline in grado di incidere, a diverso titolo, sull’operatività delle società britanniche negli altri Paesi europei.

Tra tutti gli ambiti sopra accennati il tema della protezione dei dati personali degli utenti europei sarà centrale.  Si pensi alla mole di dati personali di cittadini europei che quotidianamente vengono trattati da società Fintech stabilite nel Regno Unito.

La Brexit determinerà l’esigenza di regolare tale scambio di dati come attualmente si sta facendo con gli Stati Uniti con il c.d. Privacy Shield conseguente all’invalidazione del precedente sistema del c.d. Safe Harbour da parte della Corte di Giustizia dell’Unione.

Ed anche in questo caso un ruolo centrale sarà rivestito dalla scelta che verrà compiuta dalle autorità britanniche: la garanzia di regole e tutele omogenee a quelle assicurate dalla normativa UE rappresenterà certamente un buon viatico per un accordo per regolare il trasferimento dei dati.

Insomma una partita apertissima e dagli esiti incerti rispetto alla quale, al momento debito, sarà opportuno per le imprese Fintech che operano dal Regno Unito compiere le opportune valutazioni strategiche per non trovarsi effettivamente al di fuori del mercato unico europeo.